Candido di Voltaire

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 Capitolo 1

Come Candido fu allevato in un bel castello e come ne fu cacciato

C’era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten- tronckh, un giovane al quale la natura aveva conferito i più miti costumi. Il suo aspetto ne rivelava l’anima. Possedeva un giudizio abbastanza retto, unito a una grande semplicità; per ciò, credo, lo chiamavano Candido. I vecchi domestici del castello sospettavano fosse figlio della sorella del signor barone e di un onesto e buon gentiluomo dei pressi che madamigella non volle mai come marito perché non aveva potuto provare che settantun quarti: il resto del suo albero genealogico era stato distrutto dalle ingiurie del tempo.

Il barone era uno dei più potenti signori della Vestfalia, perché il suo castello aveva una porta e delle finestre. Il salone era ornato d’arazzi. Tutti i cani dei suoi cortili, all’occorrenza, potevano formare una muta; i palafrenieri gli facevano da bracchieri, il vicario del villaggio da cappellano. Tutti lo chiamavano monsignore, e ridevano quando raccontava storielle.

La signora baronessa, che pesava circa trecentocinquanta libbre, era grazie a ciò assai considerata, e faceva gli onori di casa con una dignità che la rendeva ancora più rispettabile.

La figlia Cunegonda, diciassettenne, aveva un bel colorito, era fresca, grassottella, appetitosa. Il figlio del barone pareva in tutto degno del padre.

Il precettore Pangloss era l’oracolo della casa, e il piccolo Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede della sua età e del suo carattere.

Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in maniera mirabile che non esiste effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello del signor barone era il più bello dei castelli, e la signora baronessa la migliore delle baronesse possibili.

“E’ dimostrato” diceva, “che le cose non possono essere altrimenti:

Giacché tutto è fatto per un fine, tutto è necessariamente per il miglior fine. Notate che i nasi sono stati fatti per portare occhiali; infatti abbiamo gli occhiali. Le gambe sono visibilmente istituite per essere calzate, e noi abbiamo le brache. Le pietre sono state formate per essere tagliate e farne dei castelli; infatti monsignore ha un bellissimo castello: il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e poiché i maiali sono fatti per essere mangiati, noi mangiamo maiale tutto l’anno. Perciò, quanti hanno asserito che tutto va bene hanno detto una sciocchezza: bisognava dire che tutto va per il meglio”.

Candido ascoltava attentamente, e innocentemente credeva: perché trovava madamigella Cunegonda estremamente bella, anche se non si prese mai la libertà di dirglielo. Concludeva che, dopo la felicità di essere nato barone di Thunder-ten-tronckh, il secondo grado di felicità era d’essere madamigella Cunegonda; il terzo di vederla tutti i giorni, e il quarto di ascoltare mastro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, e quindi di tutta la terra.

Un giorno Cunegonda, passeggiando nei pressi del castello, nel boschetto che chiamavano parco, vide tra i cespugli il dottor Pangloss che impartiva una lezione di fisica sperimentale alla cameriera di sua madre, una brunetta assai graziosa e docilissima. Poiché madamigella Cunegonda aveva grande disposizione per le scienze, osservò senza fiatare le esperienze reiterate di cui fu testimone; vide con chiarezza la ragion sufficiente del dottore, gli effetti e le cause, e se ne tornò indietro tutta agitata, tutta pensosa, piena del desiderio di essere istruita, pensando che lei poteva ben essere la ragion sufficiente del giovane Candido, il quale poteva essere la sua.

Ritornando al castello incontrò Candido, e arrossì; anche Candido arrossì; lei gli disse buongiorno con voce rotta, e Candido le parlò senza sapere quel che dicesse. L’indomani, dopo il pranzo, alzatisi da tavola, Cunegonda e Candido si trovarono dietro un paravento; Cunegonda lasciò cadere il fazzoletto, Candido lo raccolse; lei gli prese innocentemente la mano, il giovane baciò innocentemente la mano della giovinetta con una vivacità, una sensibilità, una grazia tutta particolare; le bocche si incontrarono, gli occhi s’accesero, le ginocchia tremarono, le mani si smarrirono. Il signor barone di Thunder-ten-tronckh passò vicino al paravento, e, vedendo quella causa e quell’effetto, cacciò Candido dal castello a gran calci nel sedere.

Cunegonda svenne: appena rinvenuta fu presa a schiaffi dalla signora baronessa, e tutto fu costernazione nel più bello e piacevole dei castelli possibili.

Capitolo 2

Candido presso i Bulgari

Cacciato dal paradiso terrestre, Candido camminò a lungo senza sapere dove, piangendo, alzando gli occhi al cielo, volgendoli spesso verso il più bello dei castelli, che racchiudeva la più bella delle baronessine, si coricò senza cenare in mezzo ai campi, tra due solchi; la neve cadeva a larghe falde.

L’indomani Candido, tutto intirizzito, si trascinò verso la città vicina, Valdberghoff-trarbk-dikdorff, senza un soldo in tasca, mezzo morto di fame e di stanchezza. Tristemente si fermò sulla porta di un’osteria. Due uomini vestiti d’azzurro lo notarono.

“Camerata”, disse uno, “ecco un giovanotto ben piantato, e che ha la statura richiesta”.

Si diressero verso Candido e lo invitarono molto civilmente a pranzare.

“Lorsignori mi fanno un grande onore”, disse Candido con incantevole modestia, “ma non ho di che pagare la mia parte”.

“Ah! signore”, gli disse uno dei due azzurri, “le persone col vostro fisico e coi vostri meriti non pagano mai niente: non siete forse alto cinque piedi e cinque pollici?” “Sì, signori, è la mia statura”, disse Candido con un inchino.

“Ah! signore, mettetevi a tavola; non soltanto vi offriremo il pranzo, ma non permetteremo mai che un uomo come voi resti senza denaro; gli uomini non sono fatti che per soccorrersi l’un l’altro”.

“Avete ragione”, disse Candido, “è ciò che il signor Pangloss mi ha sempre detto, e vedo bene che tutto va per il meglio”.

I due lo pregano di accettare qualche scudo; lui li prende e vuol firmare una ricevuta; quelli non ne vogliono sapere, si mettono a tavola.

“Non amate forse teneramente…?” “Oh! sì”, rispose Candido, “amo teneramente madamigella Cunegonda”.

“No”, disse uno di quei signori, “vi chiediamo se non amate teneramente il re dei Bulgari?” “Niente affatto” disse Candido, “non l’ho mai visto”.

“Come! è il più incantevole dei re; dobbiamo bere alla sua salute”.

“Oh! ben volentieri, signori”.

E beve.

“Non occorre altro”, gli dicono, “voi siete l’appoggio, il sostegno, il difensore, l’eroe dei Bulgari; la vostra fortuna è fatta e la vostra gloria assicurata”.

Seduta stante gli mettono i ferri ai piedi, e lo conducono al reggimento. Lo fanno girare a destra, a sinistra, alzar la bacchetta, rimettere la bacchetta, puntare il fucile, raddoppiare il passo, e gli danno trenta bastonate; il giorno dopo esegue l’esercizio un po’ meno male, e ne riceve solo venti; l’indomani ancora non gliene danno che dieci, e i suoi camerati lo considerano un prodigio.

Candido, stupefatto, non capiva ancora molto bene che cosa fosse un eroe. Un bel giorno di primavera decise d’andarsene a passeggiare.

Camminava diritto davanti a sé, convinto che fosse un privilegio della specie umana, come di quella animale, di servirsi a piacere delle proprie gambe. Non aveva fatto due leghe che altri quattro eroi di sei piedi lo raggiungono, lo legano lo conducono in prigione. A termini di legge gli venne chiesto se preferiva essere fustigato trentasei volte dall’intero esercito o ricevere dodici palle di piombo tutte insieme nel cervello. Ebbe un bel dire che le volontà sono libere, e che non voleva né l’una cosa né l’altra. Bisognò scegliere: optò, in virtù del dono di Dio che si chiama “libertà”, di farsi bastonare trentasei volte; sopportò due passate. Il reggimento era composto di duemila uomini: la qual cosa gli comportò quattromila vergate che, dalla nuca al sedere, gli misero a nudo muscoli e nervi.

Si stava per procedere alla terza passata, quando Candido, non potendone più, supplicò che avessero la bontà di spaccargli la testa: gli concessero questo favore; gli bendano gli occhi, lo mettono in ginocchio. In quel momento passa il re dei Bulgari; s’informa del delitto del paziente, e siccome quel re era un gran genio, capì, da quanto gli dissero di Candido, che era un giovane metafisico ignorantissimo delle cose di questo mondo, e gli accordò la grazia con una clemenza che sarà lodata in tutti i giornali e per tutti i secoli. Un bravo chirurgo guarì Candido in tre settimane con gli emollienti insegnati da Dioscoride.

Già la pelle cominciava a ricrescergli, e poteva camminare, quando il re dei Bulgari diede battaglia al re degli Avari.

Riassunto parti mancanti

LISBONA A Lisbona Candido incontra una vecchia che lo conduce da Cunegonda. Questa, come Candido, ha vissuto la sua parte di peripezie, dallo stupro alla vendita a un banchiere ebreo. Insieme a Cunegonda e alla vecchia (Pangloss nel frattempo è stato impiccato dall’Inquisizione), Candido s’imbarca a Cadice per il Paraguay. Durante il viaggio, la vecchia racconta la sua vita, le barbarie e le violenze subite.

ARGENTINA_ELDORADO A Buenos Aires Candido viene separato ancora una volta da Cunegonda e, guidato dal servo Cacambò, passa dal regno dei gesuiti, viene catturato da una tribù di antropofagi (chi si ciba di carne umana), riesce a sfuggire alla pentola e, dopo tante sventure, finalmente giunge nel paese dell’Eldorado, il regno della felicità. Qui Candido e Cacambò passano di meraviglia in meraviglia, ma dopo un mese, pur felici decidono di «non più esserlo» e ripartono alla ricerca di Cunegonda.

Capitolo 17

Quel che avvenne ai due viaggiatori con le due femmine, due scimmie, e gli uomini selvaggi chiamati Orecchioni.

Candido e il suo servo si trovarono al di là degli steccati, che nel campo non si sapeva ancora la morte del gesuita tedesco. Il vigilante Cacambo avea pensato a empir la valigia di pane, di cioccolata, di prosciutti e di alcune misure di vino.

S’internarono co’ lor cavalli andalusi in una contrada incognita, dove non era vestigio di strada alcuna; finalmente si presentò loro una bella prateria, tramezzata di ruscelli.

Ivi i nostri viaggiatori fan pascere i lor cavalli; Cacambo propone al suo padrone di mangiare, e glie ne dà l’esempio. – Come vuoi tu, dice Candido che io mangi del prosciutto, quando ho ammazzato il figlio del signor barone, e che mi vedo condannato a non riveder più la bella Cunegonda in tutto il tempo di vita mia? A che mi servirà il prolungare i miei giorni, s’io devo condurli lungi da lei nel rimorso, e nella disperazione? Che dirà il Giornale di Trevoux?

Così parlando, non lasciava però di mangiare. Il sole tramontava, quando i due smarriti sentirono alcune piccole strida, che parevano di femmine; essi non sapevano se quelle strida erano di dolore, o di gioia; si alzarono precipitosamente con quella inquietudine, e con quello spavento che tutto inspira in un paese incognito. Quei clamori si partivano da due giovani, che leggermente correvano lungo la sponda della prateria, mentre due scimmie le mordevano alle spalle. Candido ne fu mosso a pietà; aveva egli imparato a tirare da’ Bulgari, ed avrebbe colpito una nocciuola in mezzo a un cespuglio, senza toccar le foglie; prende egli il suo fucile Spagnuolo a due canne, tira e ammazza le due scimmie. – Dio sia lodato, mio caro Cacambo, io ho liberato da un gran periglio quelle due povere creature; se ho commesso un peccato ammazzando un inquisitore e un gesuita, io vi ho ben rimediato, salvando la vita a due giovani, saranno forse due damigelle di condizione, e questa avventura ci può procurare gran vantaggi nel paese.

Voleva più dire, ma restò colla parola in bocca quando vide quelle due giovani abbracciare teneramente le due scimmie, cadere piangendo su’ loro corpi ed empir l’aria di dolorose grida. – Io non mi aspettava un cuor tanto buono, disse finalmente a Cacambo, il qual gli replicò: – Voi avete fatto un bel servizio padron mio: avete ammazzato i due amanti di quelle damigelle. – I loro amanti! è possibile? Tu mi burli, Cacambo, come posso crederlo? – Mio caro padrone, interrompe Cacambo, voi vi fate sempre meraviglia di tutto; perché ha egli a parervi strano che in qualche paese vi siano delle scimmie che ottengano simpatie dalle dame? esse son un quarto d’uomo com’io sono un quarto di Spagnuolo. – Ah, ripiglia Candido, mi sovviene d’aver inteso dire dal mio maestro Pangloss, che altre volte sono accaduti simili accidenti, e che avean prodotto degli Egipani, de’ Fauni, dei Satiri, stati veduti dai più gran personaggi dell’antichità; ma io la credeva un favola. – Ora dovete esserne convinto, disse Cacambo. Quel che io temo per altro, è che quelle dame non ci pongano in qualche imbroglio.

Queste solide riflessioni determinarono Candido ad abbandonare la prateria, e ad internarsi in un bosco, ove cenò con Cacambo, e dopo d’aver ambedue maledetto l’inquisitor di Portogallo, il governator di Buenos-Aires, e il barone, si addormentarono sull’erba. Al risvegliarsi sentirono che non si potevano muovere, e la ragione era che nella notte gli Orecchioni abitanti del paese, ai quali erano essi stati accusati dalle due dame, li avevano ammanettati con corde di scorza d’albero.

Si videro noi attorniati da una cinquantina d’Orecchioni armati di frecce, di clave, e di asce di sasso; gli uni facevano bollire una gran caldaia, gli altri preparavano degli spiedi gridando tutti: – È un gesuita, è un gesuita, noi saremo vendicati; e faremo un buon pasto, mangiamo un gesuita, mangiamo un gesuita!

– Io ve l’aveva detto, mio caro padrone, grida afflitto Cacambo, che quelle due giovani ci avrebbero fatto un cattivo tiro.

Candido, scorgendo la caldaia e gli spiedi grida: “Noi certamente saremo arrostiti e lessati. Ah, che direbbe il maestro Pangloss s’egli vedesse come la pura natura è fatta? Tutto va bene; lo sia pure, ma io provo che è cosa crudele l’aver perduta la bella Cunegonda, e l’esser infilato su uno spiedo dagli Orecchioni.”

Cacambo non si smarrì mai: – Non disperate di nulla, diss’egli all’afflitto Candido: io intendo un poco il gergo di questi popoli. – Non lasciate dice Candido, di far loro vedere qual orribile inumanità è quella di cuocer gli uomini, e che non è da cristiani. – Signori, dice Cacambo, voi credete dunque di mangiar oggi un gesuita: benissimo fatto; niente v’è di più giusto che il trattar così i propri nemici; in fatti il diritto naturale c’insegna ad uccidere il nostro prossimo, e questo si costuma ancora in tutta la terra. Se noi non usiamo del diritto di mangiar gli uomini, è perché abbiamo d’altra parte di che scialare, ma voi non avete il medesimo rinfranco di noi; certamente è meglio mangiare i suoi nemici, che abbandonare ai corvi e alle cornacchie i frutti di sua vittoria; ma, signori, voi non vorreste mangiar il vostro amico, voi credete d’infilare e arrostire un gesuita; ed egli è un vostro difensore, un nemico de’ vostri nemici: per me, io son nato nel vostro paese, e questo signore che vedete è mio padrone; che ben lungi d’essere un gesuita, ne ha poc’anzi ammazzato uno, e ne porta le spoglie. Ecco l’oggetto del vostro errore.

Per verificare quel ch’io vi dico, prendete la sua toga, portatela al primo steccato del regno de los Padres, e informatevi se il mio padrone non ha ammazzato un ufficiale gesuita: poco tempo vi abbisognerà, e potrete sempre mangiarci quando troviate ch’io abbia mentito, ma io vi ho detto la verità: voi conoscete troppo i principi del pubblico, i costumi e le leggi per non farci grazia.

Gli Orecchioni trovarono questo discorso molto ragionevole, e deputarono due cittadini de’ più ragguardevoli per andar con diligenza a informarsi della verità. I due deputati eseguirono la lor commissione da gente di spirito, e ritornarono ben tosto ad apportar buone nuove.

Gli Orecchioni liberarono allora i due prigionieri, fecero loro ogni sorta di civiltà, offrirono loro delle ragazze, diedero loro rinfreschi, e li ricondussero ai confini dei loro Stati, gridando con allegrezza: Non è gesuita, non è gesuita.

Candido non lasciava di ammirare la sua liberazione – Che popolo! diceva egli, che uomini! Che costumi! Se io non avessi avuta la fortuna di dare una stoccata a traverso il corpo del fratello di Cunegonda, io era mangiato senza remissione; ma finalmente la pura natura è buona, poiché questa gente in luogo di mangiarmi, mi ha fatto mille gentilezze, allorché han saputo che io non era gesuita.

 

Capitolo 18

Arrivo di Candido e del suo servo al Paese d’Eldorado e ciò ch’essi vi videro.

Quando furono alle frontiere degli Orecchioni: – Vedete voi, disse Cacambo a Candido, che quell’emisfero non è miglior dell’altro: credete a me, ritorniamocene in Europa per la più corta. – Come ritornarci? disse Candido, e dove andare? Se vado nel mio paese, i Bulgari e gli Abari ci scannano; se ritorno in Portogallo, son bruciato; se restiamo in questo paese, corriamo rischio ogni momento di esser messi sullo spiedo; e poi come risolversi ad abbandonare la parte del mondo ove abita la bella Cunegonda? – Volgiamoci verso la Cayenna, dice Cacambo, noi vi troveremo de’ Francesi, i quali vanno per tutto il mondo ed essi potranno aiutarci. Dio avrà forse pietà di noi.

Non era così facile di andare alla Cayenna. Essi sapevano press’a poco qual cammino bisognava prendere, ma fiumi, precipizi, assassini, selvaggi, eran per tutto terribili ostacoli; i lor cavalli morirono di fatica; le loro provvigioni furono consumate, e si nutrirono un mese intero di frutti selvatici; finalmente si trovarorono presso un fiumicello ornato di alberi di cocco, che sostennero la lor vita o le loro speranze.

Cacambo che sempre dava, al par della vecchia, de’ buoni consigli, disse a Candido: – Noi non ne possiamo più, abbiamo camminato assai, vedo un barchetto vuoto, empiamolo di cocco, e gettiamoci dentro, a discrezione della corrente; un fiume conduce sempre in qualche parte abitata; se non troveremo delle cose aggradevoli, troveremo almeno delle cose nuove. – Andiamo, disse Candido, raccomandiamoci alla provvidenza.

Essi vogarono per qualche lega fra ripe or fiorite, ora sterili, or piane, ed ora scoscese. Il fiume si faceva sempre più largo; finalmente si perdeva sotto una volta di spaventevoli scogliere che si ergevano fino al cielo. I due viaggiatori ebbero l’ardire d’abbandonarsi al flutto, sotto quella volta. Il fiume, chiuso in quello stretto, portava con una rapidità e un fracasso terribile. In termine di ventiquattr’ore rividero la luce, ma il lor barchetto si fracassò negli scogli, onde bisognò strascinarsi di rupe in rupe e per una lega intera; finalmente discoprirono un orizzonte immenso contornato di montagne inaccessibili. Il paese era coltivato sì per piacere, come per bisogno, e da per tutto il prodotto era aggradevole. Le strade erano coperte, o piuttosto adornate di vetture, d’una forma e d’una materia brillante, portando addentro degli uomini e delle donne d’una bellezza singolare, condotte rapidamente da grossi montoni rossi, che sorpassavano in corporatura i più bei cavalli d’Andalusia, di Tituano e di Mequinez.

– Ecco a buon conto, disse Candido, un paese che val più della Wesfalia.

Mise i piedi a terra con Cacambo al primo villaggio che gli si presentò. Alcuni ragazzi, coperti di un broccato d’oro tutto stracciato, giuocavano alle piastrelle all’entrata del borgo. I nostri due uomini dell’altro mondo s’occupavano ad osservarli; le loro piastrelle erano tonde, assai larghe, gialle, rosse, verdi, e gettavano uno splendore singolare; venne voglia ai viaggiatori di raccoglierne alcune, e videro ch’erano d’oro, di smeraldi, di rubini, la minor delle quali sarebbe stato il più grand’ornamento del trono del Mogol. – Senza dubbio, disse Candido, questi ragazzi sono i figli del re del paese, che giocano alle piastrelle.

Apparve in quel momento il maestro del villaggio per ricondurli a scuola: – Ecco, dice Candido, il precettore della famiglia reale.

Quei baroncelli abbandonarono tosto il giuoco, lasciando in terra le lor piastrelle e tutto ciò che aveva servito al lor divertimento. Candido le raccolse, corse dal precettore, e gliele presentò umilmente, facendogli intendere, a forza di cenni, che le loro altezze reali si erano dimenticate del loro oro e delle loro gemme. Il maestro del villaggio, sorridendo, le gettò per terra, guardò un momento la figura di Candido con stupore e continuò il suo cammino.

I viaggiatori non lasciarono di raccorre l’oro, i rubini e gli smeraldi. – Dove siamo noi? grida Candido: bisogna che i figli del re di questo paese sieno bene educati, perché s’insegna loro a sprezzar l’oro e le gemme.

Cacambo n’era meravigliato al par di Candido. Si avvicinarono in fine alla prima casa del villaggio, la quale era fabbricata come un palazzo europeo; una folla di popolo si affrettava verso la porta, e più ancora al di dentro; si faceva sentire una musica graziosissima e un odore delizioso di cucina. Cacambo s’appressò alla porta, e sentì che si parlava peruviano; era questo il suo linguaggio materno, poiché ognun sa che Cacambo era nato al Tucuman, in un villaggio ove non si conosceva che questa lingua. – Io vi servirò d’interprete, disse a Candido; entriamo, qui v’è un’osteria.

Immediatamente due giovani e due ragazze dell’osteria, vestite di drappi d’oro e guarnite i capelli di nastri, li invitano a porsi a tavola. Furono serviti di quattro minestre guarnite ciascuna di due pappagalli, d’un lesso che pesava duecento libbre, di due scimmie arrostite, d’un gusto eccellente, di trecento colibrì in un piatto, e di seicento uccelli mosca in un altro, di ragù squisiti, e di paste deliziose, il tutto in certi piatti d’una specie come di cristallo di rocca, e i giovani e le ragazze versavano loro più liquori estratti da canne da zucchero.

I convitati erano per la maggior parte mercanti e vetturini, tutti d’una somma civiltà; questi fecero alcune domande a Cacambo col più circospetto riguardo, e risposero alle sue con una maniera più che propria a soddisfarlo.

Terminato il pasto, Cacambo e Candido crederono di ben pagare la loro parte col gettare sulla tavola dell’oste due di que’ grossi pezzi d’oro che avean raccolti; l’oste e l’ostessa diedero in uno scoppio di risa e si tennero per lungo tempo le coste; finalmente rimessosi: – Signori, disse l’oste, vediamo bene che siete forestieri; noi non siamo soliti a vederne; scusateci perciò se ci siamo messi a ridere quando ci avete offerto i ciottoli delle nostre strade; voi, senza dubbio, non avete moneta del paese, ma non è necessario d’averne per desinar qui: tutte le osterie erette per il comodo del commercio son pagate dal governo: avrete avuto un cattivo trattamento, perché questo è un povero. Villaggio; ma, altrove sarete ricevuti come meritate d’esserlo.

Cacambo spiegò a Candido tutto il discorso dell’oste, e Candido l’ascoltò con la stessa ammirazione, e con lo stesso stupore che ne aveva risentito il suo amico Cacambo. “Che paese dunque è questo, diceva l’uno all’altro, incognito a tutto il resto della terra; e dove la natura è sì diversa dalla nostra? Questo, probabilmente, è il paese dove tutto va bene, giacché bisogna assolutamente che uno ve ne sia di questa specie: dica quel che vuole il maestro Pangloss, io mi sono spesso avveduto che tutto andava molto male in Wesfalia.”

Riassunto parti mancanti

Candido, incaricato Cacambò di riscattare Cunegonda, dà a questi appuntamento a Venezia. Disperato per la malvagità umana cerca come compagno di viaggio il più infelice uomo della regione. Entra così in scena Martin, il filosofo pessimista, tutto l’opposto di Pangloss.

Dopo altre istruttive esperienze fatte a Parigi e in Inghilterra, Candido giunge a Venezia. Qui non ritrova Cunegonda ma Paquette, la vecchia amante di Pangloss, divenuta prostituta. Quando viene raggiunto da Cacambò, ridotto in schiavitù e senza Cunegonda, insieme a questi e a Martin, Candido si imbarca per Costantinopoli, dove Cunegonda è divenuta schiava di un avventuriero.

Sulla nave Candido riconosce in due forzati incatenati ai remi il fratello di Cunegonda e il filosofo Pangloss, che era stato male impiccato e, ritenuto morto, venduto a un chirurgo per essere sezionato ma, alla prima incisione di questi, caccia un urlo e si risveglia. Li riscatta entrambi e tutti quanti giungono in Turchia, dove sulle rive della Propontide, trovano Cunegonda brutta e invecchiata. Candido la libera e pur controvoglia la sposa (ma prima ha riconsegnato alla galera il fratello di lei perché si oppone al matrimonio).

Insieme al resto della compagnia, Candido si stabilisce in una piccola fattoria. Qui solo Cacambò è spossato dal lavoro, gli altri non fanno altro che ragionare e si annoiano a morte. Intanto a Costantinopoli si succedono colpi di stato e congiure di palazzo. Candido, Pangloss e Martin, più insoddisfatti che mai, decidono di consultare un derviscio, cioè un membro di una confraternita musulmana, per trovare una risposta al problema del male e al senso della vita. La risposta del derviscio è un invito perentorio al silenzio («”Che cosa bisogna fare allora?” disse Pangloss. “Tacere” disse il dervì»), a rinunciare a porsi i problemi insolubili. Delusi dal derviscio, essi trovano una soluzione nella saggezza pratica di un vecchio contadino che i tre incontrano sulla via del ritorno e che li accoglie nella propria casa: «Non posseggo che venti jugeri […] li coltivo coi miei figli; il lavoro ci tiene lontani tre grandi mali: la noia, il vizio e la miseria». Queste parole sembrano mettere tutti d’accordo, compresi l’ottimista Pangloss e il suo antagonista, il pessimista Martin, il che spinge Candido e tutta la compagnia a “coltivare il proprio orto”.