MALINTESI
Abbiamo costruito un mito: quello dell’insegnante come creatura instancabile, una sorta di supereroe silenzioso capace di reggere tutto.
Il docente è così diventato un alchimista infaticabile. Gli abbiamo affidato il compito di trasformare il piombo dei conflitti e l’incertezza dell’adolescenza nell’oro della conoscenza, restando immune a quel crogiolo emotivo.
Non è un’immagine nuova: già Umberto Eco, nel descrivere le figure culturali che plasmano il sapere collettivo, parlava di chi deve «tenere insieme i frammenti» senza mai mostrare la fatica del collante.
È il mito della creatura d’acciaio: un guardiano silenzioso che naviga in un mare in tempesta.
Ma Sigmund Freud ci aveva già avvertiti: l’energia psichica non è illimitata — il principio di realtà impone continuamente rinunce, mediazioni, contenimenti.
Quando un insegnante regola per ore le pulsioni altrui, sta compiendo un lavoro psichico enorme, quasi sempre inconsapevole, quasi mai riconosciuto.
Freud stesso, in Il disagio della civiltà (1929), identificò nell’educazione uno dei tre mestieri «impossibili» — insieme al governare e al curare — proprio perché richiede di modificare l’altro senza poter controllare l’esito.
La realtà è questa: l’esposizione costante alle difficoltà o alla fragilità altrui, se non gestita correttamente, porta a un logoramento inarrestabile.
E la scienza — lontana dalla retorica e dalla mitologia — ci racconta un’altra storia.
Il sistema nervoso della donna e dell’uomo NON è stato progettato per la resistenza infinita, ma per la sopravvivenza immediata: reagire, difendersi, fuggire.
In una classe affollata, la mente dell’insegnante diventa un crocevia incessante: ansie che si incrociano con entusiasmi, tensioni, conflitti.
Ogni ora è un susseguirsi di scelte invisibili — minuscole, continue, decisive. Intervenire o aspettare, spiegare o riformulare, calmare o contenere. Un flusso ininterrotto che attinge a risorse che non sono infinite.
C’è qualcosa di profondamente innaturale in tutto questo. Martin Heidegger descriveva la condizione umana come un essere «gettati nel mondo» — Geworfenheit — senza appigli, senza un manuale d’istruzioni, esposti all’apertura vertiginosa dell’esistenza.
L’insegnante vive questa condizione in forma moltiplicata: non solo è gettato nel mondo, ma ogni mattina viene gettato dentro venticinque esistenze altrui, ciascuna con il proprio vissuto. È un’esposizione che Heidegger non aveva immaginato, ma che la sua fenomenologia descrive con precisione implacabile.
Il nostro cervello è biologicamente progettato per gestire relazioni semplici, in piccolo gruppo. Non per orchestrare simultaneamente decine di dinamiche emotive, mantenendo al contempo la rotta su un obiettivo cognitivo.
Eppure, è il superlavoro che chiediamo ogni giorno ai docenti, come se fossero esseri dotati di poteri sovrumani.
Erich Fromm, in Fuga dalla libertà (1941), aveva individuato con lucidità il meccanismo: quando la società non offre strutture autentiche di senso, l’individuo non regge il peso della propria libertà e cerca di dissolversi in un ruolo, in una funzione, in un’istituzione.
L’insegnante — figura che per definizione porta senso agli altri — è paradossalmente tra i più esposti a questo vuoto. Gli si chiede di essere bussola per gli altri nel momento stesso in cui nessuno gli offre una bussola propria.
Come scriveva Fromm, «amare significa conoscere» — e conoscere richiede tempo, spazio, protezione.
Maria Montessori aveva capito, con un secolo di anticipo, che l’ambiente non è neutro — è un agente educativo attivo.
I suoi ambienti strutturati non erano un’esigenza estetica: erano la risposta concreta alla necessità biologica di ordine, prevedibilità, contenimento dello stimolo. «Il bambino che concentra la sua attenzione è felice», scriveva — e quella frase vale, simmetricamente, per chi quell’attenzione deve guidare.
Un insegnante in un ambiente caotico, privo di struttura, privo di risorse, è come un chirurgo chiamato a operare senza sala operatoria. Le condizioni contano. Le condizioni sono la cura. Smettiamola di nasconderci dietro la retorica della missione. È un trucco semantico per giustificare l’insostenibile.
Bruno Munari — designer, artista, pedagogo — sapeva che la creatività non è un lusso: è ossigeno. Nei suoi laboratori per bambini non distribuiva fogli bianchi e aspettava miracoli: costruiva vincoli, strutture, materiali inaspettati, perché capiva che la mente ha bisogno di attrito produttivo per generare. «Complicare è facile, semplificare è difficile», diceva.
E poi c’è Roald Dahl — scrittore che ha fatto della scuola uno dei suoi territori narrativi più feroci e teneri insieme. In Matilda (1988), la signorina Honey è l’insegnante che vede davvero, che riconosce il talento dove il sistema non riesce nemmeno a guardare. Ma è una figura solitaria, fragile, che resiste per amore puro — non per struttura, non per supporto.
Dahl sapeva che gli adulti dimenticano troppo in fretta com’è essere bambini: «Il mondo è pieno di cose meravigliose per chi le sa ancora vedere». Gli insegnanti sono chiamati a tenere aperto quello sguardo — negli altri e in sé stessi — mentre il sistema li esaurisce metodicamente. C’è qualcosa di crudele, quasi dickensiano, in questa contraddizione. E Dahl, che di crudeltà e meraviglia era maestro, l’avrebbe riconosciuta subito.
La scuola non ha bisogno di eroi da sacrificare sull’altare del registro elettronico. Ha bisogno di essere riportata a una dimensione umana — montessoriana nella cura dell’ambiente, frommiana nella qualità delle relazioni, heideggeriana nell’onestà sul peso dell’esistere.
Tutto il resto è fantascienza. E tu? Che ne pensi? Scrivimi sotto nei commenti