Hanno smantellato la scuola e l’hanno chiamato “razionalizzazione”
Il D.L. 112/2008 non fu una riforma. Fu una resa dei conti fatta sulla pelle degli studenti, dei precari e del futuro del Paese. Sedici anni dopo, vale la pena chiamare le cose con il loro nome.
Iniziamo dalla cosa più importante: il Decreto Legge 112 del 2008 non fu concepito per migliorare la scuola italiana. Nessuno, in quella primavera convulsa, si sedette a un tavolo con insegnanti, pedagogisti o famiglie per chiedersi come rendere l’istruzione più efficace. Giulio Tremonti aveva un buco da tappare nel bilancio — la crisi finanziaria globale stava bruciando i mercati — e la scuola pubblica era una voce enorme nella spesa dello Stato. La logica fu quella, e nient’altro.
Quello che venne dopo — l’etichetta di “riforma”, le dichiarazioni sull’efficientamento, i convegni sul sistema frammentato da semplificare — fu la narrazione costruita intorno a una decisione già presa. Prima i numeri, poi le giustificazioni.
Gli “8 miliardi”: cosa significano davvero
Il numero era già noto: circa 7,8 miliardi di euro da risparmiare entro il 2012. Ma dietro a quella cifra c’erano persone, classi, scuole.
131.500 persone in meno a lavorare nella scuola pubblica italiana. Non burocrati ridondanti, non doppioni da eliminare: insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, personale di segreteria. Cioè le persone che permettono a un istituto di funzionare — e in particolare di funzionare per chi ha più bisogno.
«Razionalizzare» è il termine che i potenti usano quando vogliono tagliare senza assumersene la responsabilità.
I quattro strumenti del taglio
Il governo non poteva dichiarare apertamente di voler spendere meno sull’istruzione. Quindi costruì una struttura di misure che sembravano riforme e che invece erano, nella sostanza, meccanismi per ridurre il personale.
Il maestro unico nella scuola primaria eliminò il sistema dei moduli — tre insegnanti su due classi — che permetteva di diversificare l’insegnamento e gestire le differenze tra gli alunni. Fu sostituito da un unico docente prevalente: meno costi, meno flessibilità, meno attenzione alla complessità delle aule reali.
L’aumento degli alunni per classe produsse quello che le opposizioni chiamarono giustamente “classi pollaio”. Non è una metafora eccessiva: mettere 28 o 30 bambini in una stanza con un solo adulto e aspettarsi che l’insegnamento sia personalizzato è semplicemente una finzione. Una finzione conveniente per chi risparmia, molto meno per chi impara.
La riduzione dell’orario scolastico in medie e superiori abbassò il numero di ore da coprire — e quindi di docenti necessari. Meno ore di scuola, meno personale da pagare. Semplice. Che cosa imparassero i ragazzi in quelle ore in meno era evidentemente secondario.
Infine il riordino dei licei: sei modelli, eliminazione delle sperimentazioni. Una semplificazione che sulla carta sembrava ragionevole, ma che nella pratica cancellò percorsi costruiti nel tempo da comunità scolastiche, adattati a territori specifici, pensati per studentesse e studenti reali.
Le giustificazioni non reggono all’esame
L’argomento principale del governo fu che la scuola italiana spendeva più della media europea per studente senza ottenere risultati proporzionali. Vero, in parte. Ma la conclusione che ne trassero — tagliare il personale — era la meno ovvia tra quelle possibili.
Il problema non era che il governo avesse torto su tutto. Era che usò argomenti legittimi per giustificare misure la cui logica reale era esclusivamente finanziaria.
Le ferite che non si sono rimarginate
Sedici anni dopo, l’Italia fa ancora i conti con quell’eredità. Il precariato nella scuola pubblica è diventato strutturale: decine di migliaia di docenti che ogni anno aspettano una cattedra che non arriva, che lavorano con contratti annuali rinnovati all’ultimo minuto, che costruiscono una carriera sull’instabilità. Quella condizione non nasce dal 2008, ma il decreto la accelerò e la normalizzò.
Le risorse materiali degli istituti — laboratori, biblioteche, spazi — subirono una contrazione da cui molte scuole, soprattutto al Sud e nelle periferie urbane, non si sono mai riprese. I finanziamenti del PNRR degli anni Venti hanno cercato di colmare qualcosa, ma su fondamenta indebolite da un decennio di sottoinvestimento.
Una democrazia che tratta l’istruzione come una voce di bilancio da ottimizzare sta scommettendo contro se stessa.
Quello che merita di essere ricordato del D.L. 112/2008 non è solo che tagliò cattedre e risorse. È che lo fece spacciando un intervento economico d’emergenza per una visione pedagogica. È che costruì una narrazione sulla razionalizzazione per coprire una scelta dettata esclusivamente dall’urgenza contabile. E che quella narrazione — la scuola inefficiente da mettere in ordine — ha lasciato un segno culturale che va oltre i numeri: ha contribuito a svalutare il lavoro degli insegnanti, a far sembrare normale che una classe abbia trenta bambini, a rendere accettabile che un professionista dell’educazione lavori per anni senza un contratto stabile.
Non si tratta di essere nostalgici di un sistema che aveva le sue distorsioni. Si tratta di essere onesti su cosa fu quella stagione, e su chi ne pagò il prezzo.